16 febbraio 2022
Vita

“La vita è un diritto, non la morte”

Una riflessione dell'area Famiglia e Vita del Dicastero
Vita.jpg

 

Pubblichiamo una riflessione dell'area Famiglia e Vita del nostro Dicastero sul valore inviolabile della vita umana in relazione alle situazioni di fine vita, a partire dal Magistero più recente di papa Francesco.

«Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» (Gn 9, 5). La vita di ognuno di noi è una questione che riguarda tutti: una domanda che non si può eludere perché è posta da Dio stesso nel patto di alleanza con l’uomo. Prendersi cura, avere a cuore la vita di chi ci sta accanto non è una scelta di pochi, ma il compito di ciascuno, la responsabilità comune con la quale dobbiamo fare i conti nella società degli uomini e, alla fin fine, di fronte al Mistero da cui proveniamo e a cui siamo destinati.

Siamo entrati nel mondo attraverso una famiglia genitoriale che per prima si è presa cura di noi, ma restiamo al mondo in una “famiglia sociale” in cui ciascuno è padre e madre, fratello e sorella nella vita quotidiana. Una vita concreta che è condivisione di spazi fisici, relazioni, affetti, amicizia, pensieri, progetti e interessi. La cura è un’esigenza della condivisione della vita e la condivisione della vita nasce dalla cura che di essa abbiamo. Senza cura della vita nostra e degli altri resta solo l’estraneità: la misera condizione di essere reciprocamente “stranieri”.

Nascere e morire come “stranieri della vita” è ciò che di più triste l’uomo possa sperimentare sulla terra. Il primo diritto di cittadinanza è quello alla “cittadinanza umana”, a partecipare della comunità degli uomini e delle donne che si riconoscono l’un l’altro la vita come un bene per sé e per tutti da custodire, promuovere e tutelare. E un bene riconosciuto e condiviso è sempre un diritto inalienabile.

La morte è parte della vita terrena e porta della vita eterna. Se ci accomuna la vita nel tempo, non ci è estranea quella nell’eternità. Prenderci cura dell’ultimo tratto di strada sulla terra, quello che ci avvicina all’ingresso nell’altra vita, è un dovere verso di noi e verso gli altri. Un dovere comune che nasce dal primo tra i beni comuni che è la vita.

Recentemente, Papa Francesco ha ricordato che «la vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata. E questo principio etico riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti» (Udienza generale, 9 febbraio 2022). Non si tratta di rivendicare nella società e tra gli ordinamenti giuridici lo spazio di una norma morale che ha il suo fondamento nella Parola di Dio ed è stata incessantemente affermata nella storia della Chiesa, ma di riconoscere una evidenza etica accessibile alla ragione pratica, che percepisce il bene della vita della persona come un bene comune, sempre. La “carta della cittadinanza umana” – incisa nella coscienza civile di tutti, credenti e non credenti – contempla l’accoglienza della morte propria e altrui, ma esclude che essa possa venire in alcun modo provocata, accelerata o prolungata.

Le parole di Francesco richiamano quelle del suo predecessore San Giovanni Paolo II, che scriveva: «La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità. Nella vita c'è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo i credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti» (Lettera enciclica Evangelium vitae, n. 101).

Se la strada delle “cure palliative” appare essere una soluzione buona e desiderabile per sollevare dal dolore la vita dei malati che non possono essere guariti con gli attuali protocolli terapeutici o di coloro che vedono avvicinarsi il termine della loro vita terrena, occorre sciogliere un equivoco, che rischia di veicolare attraverso l’aiuto a morire serenamente uno scivolamento verso la “somministrazione della morte”. È ancora il Santo Padre a sottolineare questo pericolo. «Quella frase del popolo fedele di Dio, della gente semplice: “Lascialo morire in pace”, “aiutalo a morire in pace”: quanta saggezza! […] Dobbiamo però stare attenti a non confondere questo aiuto con derive anch’esse inaccettabili che portano a uccidere. Dobbiamo accompagnare alla morte, ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio» (Udienza generale, 9 febbraio 2022).

Il suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia non sono forme di solidarietà sociale né di carità cristiana e la loro promozione non costituisce una diffusione della cultura della cura sanitaria o della pietà umana. Altre sono le strade della medicina degli inguaribili e del farsi prossimo ai sofferenti e ai morenti. Come quella che da Gerusalemme scende a Gerico, percorsa dal samaritano che si prese cura dell’uomo ferito, non abbandonandolo al suo destino di morte, ma standogli accanto e lenendo il dolore delle sue ferite per come era possibile. Si può sempre accompagnare qualcuno verso la méta ultima della sua vita, con discrezione e amore, come tante famiglie, amici, medici e infermieri hanno saputo fare in passato e continuano a fare oggi. Senza strumenti di morte, ma con la scienza e la sapienza della vita.