16 gennaio 2022
Protezione minori

All’origine c’è un atto di potere

Quello sessuale è sempre preceduto da un insieme di abusi - Linda Ghisoni su "Donna Chiesa Mondo" di gennaio
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Il mensile "Donna, Chiesa, Mondo" de L'Osservatore romano ha pubblicato un numero speciale interamente dedicato al racconto di donne che lottano contro gli abusi e la violenza, e ne ha raccolto le loro testimonianze. Insieme alle testimonianze di Sr. Véronique Margron, Anna Deodato, Sr. Gabriella Bottani, Ana Maria Celis Brunet,  Sr. Carmen Ugarte Garcia e Sr. Abby Avelino, anche quella del Sottosegretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, la Dott.ssa Linda Ghisoni.

 

© Donna Chiesa Mondo – gennaio 2022

L’ abuso è espressione di una dinamica di potere, di supremazia, di dominio nei confronti di una o più persone che si trovano in situazione di fragilità esistenziale e dipendenza: può essere per età, per circostanze di vita, per bisogni affettivi o personali. «È difficile — così Papa Francesco nel discorso conclusivo dell’Incontro per la tutela dei minori nella Chiesa del febbraio 2019— comprendere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica». L’abusatore sceglie la vittima, si mette in sicurezza attraverso un sistematico gioco di potere nel quale la manipolazione affettiva e la riorganizzazione perversa della realtà quotidiana della vittima hanno un ruolo centrale. L’abuso sessuale dunque viene da lontano, è preparato e preceduto da un insieme di atti di abuso di potere. È la punta dell’iceberg di un sistema di abusi. Sempre. La manipolazione poi porta la vittima all’isolamento, creando tra lei e il mondo una barriera tale per cui l’abusatore si accaparra un posto centrale, un potere assoluto nella vita della vittima, riducendola al silenzio. Questo dato di fatto ci induce a verificare costantemente le dinamiche relazionali che si instaurano nei nostri contesti ecclesiali e sociali in genere.

Sappiamo ad esempio che uno stile manageriale autoritario e restrittivo, improntato a rigide regole, che non coinvolge realmente gli altri, non li informa e non li consulta davvero, diffonde messaggi subliminali di gruppo che escludono chi esercita una critica. Ma anche laddove vi è mancanza di norme e i ruoli sono poco chiari, si creano relazioni in cui è più alto il rischio di abusi di ogni genere. L’eccessiva gerarchizzazione, pertanto, così come il suo contrario, favoriscono dinamiche in cui facilmente si insinuano relazioni di potere, non libere. E se per la vittima è già difficile riconoscere e ammettere l’abuso sessuale, ancor più complessa è l’individuazione di abusi di potere, perché spesso essi vengono perpetrati in maniera subdola, nelle pieghe di dinamiche in cui ad esempio viene messo ai margini chi non si allinea con un determinato pensiero o con un determinato modo di parlare e agire. Queste modalità, specialmente in contesti di gruppo, vanno sradicate, non devono stabilirsi, vale per i gruppi parrocchiali, diocesani, per tutti i contesti comunitari, pensiamo agli istituti di vita consacrata, ai movimenti ecclesiali, a enti e istituzioni della chiesa.

Sotto questo profilo la formazione e l’attuazione di protocolli adeguati concorrono a creare ambienti e contesti adeguati alla crescita dei singoli in un clima sensibile e reattivo a qualsiasi accentramento e utilizzo distorto del potere. Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha recentemente varato un Decreto generale che disciplina la durata dei mandati di chi è eletto nel governo centrale dei movimenti ecclesiali, delle associazioni di fedeli e delle nuove comunità. Questo provvedimento in sé non basta a garantire che non si insinuino abusi di potere, tuttavia è un passo significativo che indica quale debba essere lo stile di chi assume responsabilità di governo ad ogni livello nella chiesa: lo stile del servizio, che in quanto tale non si aggrappa per sempre ad un incarico, ma lo esercita e interpreta senza impadronirsene, promuovendo attività improntate alla partecipazione di tutti e valorizzando il concorso di ciascuno. Non dimentichiamo che in ciascun uomo e donna battezzati vi è, in quanto Figli di Dio, quel senso, quell’istinto di fede che va alimentato e che li rende “sacerdoti re e profeti”, protagonisti nella chiesa […] L’attitudine del servizio e dell’ascolto sincero e umile di tutti preserva da ogni tentazione di potere, di autocompiacimento (il «clericalismo» di cui parla Papa Francesco anche nella Lettera al Popolo di Dio) e di sfruttamento degli altri per il proprio tornaconto o il proprio piacere a qualsiasi livello. In contesti ecclesiali animati dal servizio sarà molto naturale stabilire procedure di accountability per una verifica ordinaria del compimento di quanto prospettato, per affrontare adeguatamente ogni caso di abuso e per investire nella prevenzione.

Tali procedure dovranno coinvolgere trasversalmente tutti: laici, chierici, consacrati, vivendo la dinamica comunionale propria della chiesa, in cui tutte le membra agiscono in modo coordinato secondo i propri carismi e ministeri. Non è sminuita in alcun modo l'autorità di un vescovo, di un superiore religioso, di un parroco, di un responsabile di una qualsivoglia realtà ecclesiale se attua procedure di accountability, anzi, la collaborazione con tutti può costituire un modello e un esempio di cooperazione fattiva tra tutti i fedeli nella vita della chiesa e un modello profetico per la società civile in cui viviamo.