30 marzo 2018
Via Crucis

Riunione presinodale dei giovani

Meditazione conclusiva del prefetto Kevin Farrell

Carissimi giovani,

abbiamo ripercorso questa sera il doloroso cammino verso la morte in croce che Gesù ha vissuto nelle ultime ore della sua vita terrena.

E abbiamo riflettuto sul dolore umano che segna l’esistenza di tanti nostri fratelli e sorelle, soprattutto giovani. Un dolore che spesso noi non vogliamo vedere. Di fronte a tante sofferenze umane, molte volte volgiamo gli occhi da un'altra parte, perché non vogliamo essere disturbati nella nostra tranquillità. Guardare in faccia la sofferenza, infatti, ci costringe a uscire dalla nostra routine e a pensare più profondamente a quello che veramente conta nella vita.

Di fronte a un bambino venduto come schiavo, a una donna innocente vittima di violenza, di fronte a famiglie intere distrutte dalle guerre, a giovani vite devastate dalle dipendenze, di fronte a tutto questo, e a molto altro ancora, tutti noi siamo scossi nell’intimo e cominciamo a sentire una voce che affiora da dentro, che ci interroga dicendo: «Che cosa è veramente importante nella vita? Come stai vivendo? Per chi? Per che cosa?» «Tutto lo scopo della tua esistenza consiste nel comprare una nuova giacca, o nuove scarpe, o un nuovo smart phone? Stai vivendo solo in attesa della prossima serata di svago nel weekend?».

Questa voce dell’anima, risvegliata dal grido del dolore innocente, ci lancia una sfida e ci chiede: «E se invece di perderti in cose di poco conto, tu vivessi la tua vita come un dono per gli altri? E se i tuoi doni, le tue energie, il tuo tempo tu le spendessi per fare più bella, più felice la vita degli altri? E se tu la smettessi di essere preoccupato solo di te stesso, dei tuoi stati d’animo, del tuo aspetto fisico e cominciassi invece a guardare con occhi di compassione a tanti tuoi amici che sono nel dolore? Quei tuoi amici che soffrono per la solitudine, per la mancanza di vicinanza e affetto umano, per la povertà materiale e spirituale in cui sono costretti a vivere».

Questa è la grazia che riceviamo dal guardare con coraggio al dolore umano. Probabilmente la pratica della via crucis non è familiare a molti di voi. La prima reazione che essa suscita è forse di indifferenza, se non addirittura di fastidio. Qualcuno si sarà chiesto: «Perché dobbiamo pensare al dolore di Cristo e al dolore nel mondo? Questo incontro personale con il dolore di Cristo e con il dolore degli uomini è molto utile anzitutto a noi stessi! Il grido di sofferenza dei nostri fratelli, infatti, mette in discussione il nostro modo di vivere distratto e appiattito nei gesti e nelle parole vuote della nostra routine quotidiana. Ci interroga. Ci spinge a cercare ciò che è veramente essenziale nella nostra vita e che la rende piena e fruttuosa.

Questo è esattamente ciò che ha fatto Gesù Cristo. Il Figlio di Dio non ha girato la testa dall’altra parte, non è rimasto pacifico e tranquillo nella beatitudine della sua esistenza divina, ma ha guardato con compassione al dolore umano. E ha scelto volontariamente di prendere su di sé il male, fisico e spirituale, che affligge tutti gli uomini.

Il vero prodigio che è avvenuto nella passione di Cristo è che Lui ha unito tutto il peso del peccato e tutta questa sofferenza umana all’amore divino che riempie la sua persona. E, dopo la sua risurrezione, questa unione misteriosa fra sofferenza umana e amore divino si è trasformata in sorgente di grazia per tutti noi.

Dopo la morte e risurrezione del Figlio di Dio, infatti, ogni persona che soffre può fare l’esperienza della vicinanza e dell’amore di Cristo nel suo dolore, perché quel dolore, da allora in poi, è “abitato” da Cristo. Gesù, in un certo senso, ha preso e ha “riempito” della sua divina presenza ogni dolore umano. E così ogni dolore umano, così come quello di Cristo, ha un certo valore di salvezza per sé stessi e per il mondo intero. Molti santi hanno detto che il mondo viene sorretto e preservato dalla totale distruzione proprio dalla sofferenza degli ultimi, perché in loro Cristo continua a soffrire, a intercedere per il mondo e a riversare su di esso la misericordia e il perdono di Dio. Questo è uno dei frutti dell’incarnazione. Cristo, in un certo senso, “si è incarnato” in ogni dolore umano. Ogni sofferente può sentire Gesù realmente vicino a sé. La sofferenza non è più vuota! La sofferenza può diventare un’occasione di incontro con il Salvatore e di intercessione per il mondo intero.

Cari giovani, guardando a Gesù crocifisso, chiediamo questa sera la grazia di essere anche noi toccati dall’amore di Cristo che non ci ha abbandonato nelle nostra miserie e nei nostri peccati, ma ci ha donato perdono e ci ha restituito speranza, offrendo la sua vita per noi.

Chiediamo anche la grazia di essere toccati dal dolore che vediamo in tanti nostri fratelli perché questo ci spinga a essere compassionevoli con tutti e a spendere la nostra vita con generosità per alleviare le sofferenze degli altri. Chiediamo, infine, nella nostra preghiera, una grazia particolare per tanti che oggi sono oppressi dal dolore, perché in questi momenti di prova sperimentino la vicinanza e la consolazione del Figlio di Dio, umile servo sofferente, che si fa vicino a ogni donna, uomo, giovane, bambino che si trova nell’afflizione, offrendogli consolazione spirituale, fortezza interiore, luce e speranza nella ricompensa eterna.

Amen.

 

(23 marzo 2018)