22 gennaio 2020
Ad limina

CEPAC e Nuova Zelanda

Nelle scorse settimane, il nostro Dicastero ha ospitato i vescovi della conferenza episcopale del Pacifico e quelli di Nuova Zelanda in visita ad limina. Qui proponiamo alcuni tra i punti salienti emersi dal dialogo con i presuli.

 

Una Chiesa di laici

Il gruppo della Conferenza episcopale del Pacifico (CEPAC) guidato da monsignor Paul Patrick Donoghue, vescovo di Rarotongo nelle Isole Cook, ha presento la realtà di una Chiesa fatta di piccole comunità sparse su un territorio di oltre 5 milioni di metri quadrati composta di isole e isolette dove alcune comunità ecclesiali non superano a volte le 200 anime. Questa conformazione geografica rende difficile lo spostamento e quindi, non di rado, capita che una comunità non riceva la visita di un sacerdote o di un vescovo per tanto tempo, se non anni. Ma facendo di necessità virtù, la Chiesa del Pacifico ha saputo trasformare queste oggettive difficoltà logistiche e la scarsità di sacerdoti in una benedizione. Infatti, valorizza da sempre il ruolo dei fedeli laici. Sin dalla sua primissima evangelizzazione, la Chiesa del Pacifico è stata sempre affidata a dei laici indigeni che, una volta convertiti alla fede cristiana, sono diventati a loro volta evangelizzatori dei loro fratelli. In questo contesto, è emersa la prominente figura del “Katekita”, laico responsabile in tutto e per tutto di amministrare la sua comunità cristiana: anima le liturgie comunitarie, spezza il pane della Parola per alimentare la fede dei suoi fratelli, celebra i funerali e battezza i morenti.

 

Stare accanto ai giovani per evangelizzarli

Nell’incontro con i vescovi della Nuova Zelanda, parlando dei giovani, i pastori hanno riaffermato la necessità per la Chiesa di essere più vicina ai ragazzi, aperta alle loro domande, anche se talvolta scomode. Solo questo contatto ravvicinato può permettere alla Chiesa di evitare ogni rischio di scollamento dalla realtà dei giovani e di leggere i segni dei tempi. Di fronte ad una cultura pervasa dalla realtà virtuale, dove – a detta delle statistiche - ogni due secondi un bambino si connette ad internet e gli adolescenti spendono mediamente 6 ore al giorno su internet, la Chiesa non può esimersi dal compito di riabituare i nostri giovani alle relazioni vere, cominciando lei per prima a cimentarsi in questo esercizio di prossimità. Come Cristo non è “virtuale”, così anche i rapporti umani non possono essere virtuali. E i presuli sono concordi nel riconoscere che, laddove viene attuata questa pastorale di prossimità, i giovani s’illuminano perché hanno sete di verità.

 

Ideologia del gender e matrimonio omosessuale

I due gruppi hanno posto il problema dell’ideologia del gender e ricordato la crescente pressione per la legalizzazione del matrimonio omosessuale. Dallo scambio con i vescovi è stato riaffermato con chiarezza l’insegnamento della Chiesa su queste materie: l’identità di una persona – e quindi anche la sua identità sessuale – è data dal genotipo e non dal fenotipo, e cioè “sei come sei nato” e non come ti senti; il matrimonio cristiano è tra un uomo e una donna. Infine, con altrettanta chiarezza i presuli hanno riconosciuto che è compito della Chiesa accogliere e amare come tutti i figli di Dio, a prescindere dai loro orientamenti sessuali e dalla loro condizione.