19 ottobre 2018
World Youth Hope

Milioni di possibilità, poca libertà

Estratto della conferenza su giovani e nuove tecnologie nei licei rumeni

Pubblichiamo l’intervento che Marco Brusati, collaboratore del nostro Dicastero e direttore di Hope, sta tenendo nei licei di Cluj, Blaj, Oradea e Bucarest in questo mese nell’ambito del progetto World Youth Hope realizzato con l’Ufficio di Pastorale Giovanile della diocesi greco-cattolica di Oradea

Oggi abbiamo un’idea ridotta di cosa sia comunicare; spesso finiamo per credere che comunicare sia mandare un bel selfie per il gruppo Whatsapp o Snapchat, oppure pubblicare un video divertente su Musically o Youtube, oppure aprire un profilo accattivante su Instagram, Facebook, Twitter e via dicendo. Comunicare è certamente questo, ma è, allo stesso tempo, molto più di questo.

Partendo da qui, facciamo il primo di cinque passi: l’atto del comunicare non è fine a se stesso; noi non comunichiamo per comunicare, ma perché comunicare permette a noi di aprire e vivere le relazioni con gli altri e permette agli altri di aprire e vivere le relazioni con noi. “Non possiamo non comunicare” (Paul Watzlawick) perché abbiamo la necessità vitale di vivere in relazione, iscritta nel nostro DNA. Chi comunica con noi, pertanto, entra in relazione con noi ed influenza la nostra vita, arrivando a orientare ciò che pensiamo, capiamo, crediamo.

Facciamo adesso il secondo passo, chiedendoci: oggi, chi comunica -e quindi entra in relazione- con noi? La risposta è almeno duplice: sia chi incontriamo personalmente, nel rapporto io-tu (Martin Buber): amici e coetanei, genitori e adulti, insegnanti, educatori e sacerdoti; sia chi incontriamo medialmente: artisti, cantanti e attori, bloggers e youtubers, giornalisti e altri protagonisti dei prodotti mediali, reali o virtualmente creati. Tuttavia, le relazioni io-tu sono numericamente molto limitate; alcuni studi (Robin Dunbar), dicono che relazioni personali che contano veramente sono circa dodici; invece, le relazioni mediali sono milioni e sono tutte mediate da uno smartphone, potenzialmente attive 24 ore al giorno, 7 giorni su 7.

Facciamo ora il terzo passo: gli smartphone non sono scatole vuote, ma barattoli pieni di contenuti preparati da persone che comunicano con noi, entrano in relazione con noi ed influenzano il nostro modo di vivere; abbiamo detto che sono milioni. Tuttavia, spostando lo sguardo più a monte possiamo vedere che dietro queste milioni di relazioni mediali, c’è un ristretto numero di soggetti. Un solo esempio ci fa intuire la portata del discorso: circa il 75% della musica globale è prodotto da 3 multinazionali (Universal, Sony, Warner): questo ha prodotto un rovesciamento strutturale in quanto, per esempio, un cantante non fa successo perché piace, ma piace perché fa successo e fa successo perché lo vediamo dappertutto e lo vediamo dappertutto perché un manipolo di persone ha così deciso per ragioni insindacabili. Questo vale per la musica, ma vale anche per l’informazione, i videogiochi, le fiction, i prodotti mediali hardware e software. Abbiamo quindi pochissimi soggetti nel mondo che hanno l’immenso potere di decidere cosa noi dobbiamo sentire e vedere, andando ad influenzare globalmente cosa bisogna pensare, credere e, persino, quali emozioni provare.

Facciamo il quarto passo andando a vedere le conseguenze di questa situazione: mentre pochissime persone, i vostri genitori, educatori e insegnanti per esempio, vi ribadiscono ogni giorno principi come “la vita è sacra”, “ama il tuo prossimo”, “la Verità vi farà liberi”, “la persona non vale per quello che ha”, milioni di persone con cui siamo in relazione mediale e autorizzate, per così dire, da pochissimi, sostengono che “la vita non ha senso”, “io vengo prima di tutto”, “la verità non esiste", “la persona umana è quello che produce e consuma, è il successo che ha”. Siamo, come possiamo vedere, in pieno scontro tra due visioni antropologiche, antitetiche tra loro ed i più giovani sono, per così dire, tirati di qua e di là.

Facciamo il quinto ed ultimo passo andando a vedere con quali criteri affrontare questa situazione che si è generata soltanto una decina di anni fa, con l’avvento dei primi smartphone e che ci sta trovando piuttosto impreparati. Anzitutto occorre vivere le relazioni mediali come fossero relazioni frontali; ad esempio: a scuola, un giovane non può invitare impunemente altri a fare uso di droga, mentre concediamo la stessa cosa ad un cantante sul web senza alcun tipo di critica, piegati al suo successo; in secondo luogo, occorre imparare a non avere paura di essere soli a dire “no” e a non dare il nostro consenso solo perché pensiamo che lo facciano tutti o per timore di rimanere fuori dal gruppo (FOMO, Fear of missing out); infine, non escludere gli adulti dalla vita mediale, dai genitori agli insegnanti, dagli educatori ai sacerdoti, sapendo riconosce chi vuole davvero il vostro bene e non il vostro consenso che, in fin dei conti, è finalizzato a generare soldi per chi ne beneficia.

In questo lavoro difficile, quotidiano ed eroico, dobbiamo avere la consapevolezza che la libertà non è acquisita una volta per tutte, ma va conquistata ogni giorno, in ogni scelta, anche la più piccola ed apparentemente insignificante come un like.