20 giugno 2019
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Rosalba Manes - Si aprirono loro gli occhi

Si aprirono loro gli occhi (Lc 24,31)

Si fermarono col volto triste,

la luce spenta negli occhi,

la speranza sepolta nel cuore.

Dei passi calpestavano il terreno,

ma senza energia,

non si udiva il loro ritmo,

ma solo il rantolo della tristezza…

Mi feci loro accanto ma gli occhi erano velati,

chiusi nella contemplazione asfittica del loro fallimento,

nell’idolatria mortifera delle loro ferite.

Si sentivano ingannati

da qualcuno che, stando a loro,

aveva promesso liberazione,

ma poi aveva tradito.

La memoria era troppo corta

per ricordare le sue parole

e per rinvenire nelle Scritture

il filo rosso della divina presenza

che non si impone al mondo

con la spada e la prepotenza,

ma si propone con delicata vicinanza.

E fui loro prossimo,

come il samaritano con l’uomo ferito dai briganti.

Disinfettai il loro orecchio, la loro mente e il loro cuore

e lo spirito si riaccese a un’intelligenza nuova.

La parola e il pane spezzai per loro

che riaprirono gli occhi, presero forza e misero ali ai piedi

come atleti della risurrezione.

Questa composizione in forma poetica ci introduce alla lettura del brano dei discepoli di Emmaus facendoci fare un cammino dall’assenza di energia al diventare atleti della risurrezione. Ed è proprio questa la meta che la Sacra Scrittura offre ai giovani: diventare atleti della risurrezione di Cristo, pieni dell’energia dello Spirito che viene dalla Parola, dall’Eucaristia e dalla comunione con gli altri. Andiamo ora al nostro brano evangelico di Lc 24,13-35 e alle sue luci sul cammino dell’accompagnamento dei giovani.

 

I giovani in cerca di senso

Gli eventi della Pasqua hanno scandalizzato i seguaci di Gesù al punto che alcuni di loro decidono di mettere una pietra sopra alla loro esperienza di discepolato per ritornare alla vita di un tempo. È il sopravvento dello scoramento che prende quanti si sentono feriti da un’esperienza sulla quale avevano proiettato tante attese ma che poi ha lasciato l’amaro in bocca.

L’evangelista Luca ci parla in particolare di due discepoli che si lasciano Gerusalemme alle spalle e riprendono la strada di casa. Attratti dalla parola di Gesù, avevano deciso di seguirlo, investendo in lui tutte le loro speranze messianiche. Dopo la sua crocifissione e morte, però, non vi è nulla che possa trattenerli nella città santa. C’è solo la delusione e la tristezza per un’operazione non andata a buon fine. A guidarli non una promessa divina che travalica i piani umani, ma un progetto religioso e politico che è naufragato tristemente…

È tempo di dimenticare, per tornare alle sicurezze di un tempo, quando il senso del vivere era dettato non dal desiderio della comunione con Dio ma dal bisogno dei mezzi di sussistenza e di un futuro pieno di benessere. Vi è un regresso dall’ossigeno del desiderio della vita eterna all’asfissia dei bisogni materiali da soddisfare.

 

 

1.     Superare il mutismo

Lc 24,13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.

I due discepoli che lasciano Gerusalemme si dirigono ad Emmaus, città non molto lontana (forse 7 km), ma ancora oggi di difficile identificazione. Inizia il viaggio di ritorno che però non è accompagnato dal silenzio, ma dalla parola che sfida la morte, che vuole aggrapparsi alla vita nonostante la tristezza abbia preso il sopravvento nel cuore. Parlano i due. Parlano di tutto ciò che è accaduto nella città santa. Hanno voglia di parlare, forse perché il silenzio incute loro paura o forse perché, pur disconnettendosi dall’esperienza che li ha delusi, si sentono ancora fortemente legati ad essa. Il loro parlare presenta dei tratti particolari: Luca usa i verbi omiléo, «discorrere», che appartiene anche al contesto liturgico nel significato di «pregare», e syzetéo, «cercare insieme», che dice la tendenza a conversare per approdare a una soluzione comune. È la grazia di condividere tenendo i cuori connessi l’uno all’altro.

 

2.     Vincere la solitudine e lo smarrimento

Lc 24,15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?».

Parlano i due discepoli ma la loro parola non resta solo fiato e testimonia che c’è ancora un soffio di vita nel loro cuore indolenzito. Diventa suono e qualcuno la ascolta, la intercetta e la stimola. Uno straniero li ascolta e si avvicina perché possano coinvolgere anche lui nella loro condivisione. Uno straniero, il Risorto, che è lo straniero per eccellenza, li invita a raccontarsi perché possano tirare fuori il loro dolore e consegnarlo perché raccontare permette di dire e di dirsi.

Gesù in persona li affianca e prende ad accompagnarli. Essi però non riescono a riconoscerlo. I loro occhi sono addirittura incapaci di farlo. Gesù allora interviene nella conversazione e chiede informazioni su quanto sia accaduto a Gerusalemme, suscitando stupore e tristezza nei due.

 

3.     Intercettare gioie e dolori

Lc24,17Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

 

L’intruso viene scambiato per uno straniero ignaro dei fatti. Egli allora sta al gioco e chiede delucidazioni. Essi si fermano e mostrano la loro tristezza che incontra un luogo dove poter essere depositata, consegnata: l’orecchio, il cuore, il tempo di quel pellegrino. La Christus vivit ci ricorda che La prima sensibilità o attenzione è alla persona. Si tratta di ascoltare l’altro che ci sta dando sé stesso nelle sue parole. Il segno di questo ascolto è il tempo che dedico all’altro. Non è una questione di quantità, ma che l’altro senta che il mio tempo è suo: il tempo di cui ha bisogno per esprimermi ciò che vuole. Deve sentire che lo ascolto incondizionatamente, senza offendermi, senza scandalizzarmi, senza irritarmi, senza stancarmi. Questo ascolto è quello che il Signore esercita quando si mette a camminare accanto ai discepoli di Emmaus e li accompagna per un bel pezzo lungo una strada che andava in direzione opposta a quella giusta (cfr Lc 24,13-35) (n. 292).

Inizia allora il racconto sintetico del ministero di Gesù e della loro sequela segnata dal ritmo della speranza, una speranza che però la crocifissione ha spento del tutto e che i racconti della tomba vuota non sono riusciti ad alimentare. Parlano di Gesù di Nazaret, ma senza sapere che egli è lì accanto a loro e li sta ascoltando con i propri orecchi. Parlano di Gesù, ma senza evangelizzare, raccontano un vangelo senza gioia, in un modo freddo, quasi anaffettivo, abbandonati come sono a un resoconto cronachistico dove non c’è alcun coinvolgimento emotivo. Nel loro racconto Gesù è «un profeta potente in opere e parole» dinanzi a Dio e al popolo, a cui i sommi sacerdoti e i capi hanno fatto fare una brutta fine: una morte infame, quella della crocifissione. Una vera delusione per quanti, come loro, speravano che questo profeta accreditato avrebbe liberato Israele. Il fatto sembra concluso. Eppure c’è dell’altro…

Raccontano anche di donne visionarie alle quali gli angeli hanno detto che Gesù è vivo, e di discepoli che giunti al sepolcro non hanno trovato il suo corpo, ma che comunque non l’hanno visto. I due sono così legati a quella speranza del riscatto di Israele che l’aspetto del mistero non li seduce, non li spinge ad avviare una personale ricerca, non li porta ad indagare sull’ipotesi della risurrezione.

 

4.     Appassionare alle Scritture

Lc 24,25Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

 

Dopo averli ascoltati e aver permesso loro di estrarre tutta l’amarezza e il non senso, Gesù prende la parola e inizia a leggere le Scritture profetiche e a mostrare l’intima connessione tra queste e la sua vita. Egli denuncia la fatica dell’intelletto e dei sentimenti a cogliere la trama della storia della salvezza. Il Messia annunciato dai profeti non è un leader militare, né un capo politico e neppure un leader religioso o spirituale. Il Messia profetizzato nelle Scritture di Israele è diverso da qualsiasi stereotipo: ama gli asini piuttosto che i cavalli, fa sparire i carri e l’arco di guerra (cf. Zc 9,9), è colui che assume su di sé il dolore e la sofferenza umana (cf. Is 53,4) perché tutto l’uomo possa fare esperienza della gloria di Dio. Gesù invita a passare da una visione della sofferenza come la fine di ogni cosa a una sofferenza redentiva e sanante, che non è l’ultima parola ma l’inizio di una creazione nuova.

La sua ermeneutica vuole “sgusciare” le parole: andare oltre la lettera per coglierne lo Spirito. È il ministero della predicazione e dell’insegnamento nella Chiesa che illumina gli occhi del cuore. Il mistero della morte di Gesù si può leggere solo alla luce delle Scritture d’Israele che ne offrono la giusta ermeneutica. Torah, Profezia e Sapienza contengono una pedagogia dell’umano che si realizza pienamente in Cristo: la parola del comando orienta, la parola profetica interviene per cambiare, la parola sapienziale legge la storia. Gesù non è nella tomba, dietro una pietra che chiude il passato, ma nelle Scritture gravide di speranza e portatrici di futuro che egli solo è venuto a compiere (cf. Lc 4,21).

Gesù conferma le parole della Scrittura, mettendone in luce il loro sensus plenior. L’evento-Cristo, cioè tutti gli eventi connessi alla sua persona, conferma l’agire salvifico del Dio di Israele nel passato, segno che la sua morte di Croce è la consegna piena di Dio all’uomo e combacia con l’intenzionalità originaria di Dio di donare all’uomo tutto se stesso in un amore che va fino alla fine.

 

5.     L’arte del discernimento

Lc 24,28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.

 

L’ermeneutica di Gesù esercita un tale fascino sui due discepoli di Emmaus che, pur essendo giunti a destinazione, non possono più staccarsi dallo straniero.

Gesù-ermeneuta accende una luce nuova per i discepoli e poi, quando sono quasi giunti a Emmaus, fa come per andarsene. I due però reagiscono e lo invitano a restare: Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto (Lc 24,29). Per chi l’avvicinarsi del buio rappresenta un problema? Per Gesù oppure per i due? Cosa spinge i discepoli a trattenere con loro questo straniero bizzarro che, pur essendo ignaro degli ultimi eventi vissuti a Gerusalemme, conosce così bene le Scritture e le spiega in un modo che attira e affascina? Lo invitano così a restare e a condividere il pasto con loro, momento sacro per la cultura orientale per rifare le forze e saldare il vincolo di amicizia.

La Christus vivit ricorda: Quando Gesù fa come se dovesse proseguire perché quei due sono arrivati a casa, allora capiscono che aveva donato loro il suo tempo, e a quel punto gli regalano il proprio, offrendogli ospitalità. Questo ascolto attento e disinteressato indica il valore che l’altra persona ha per noi, al di là delle sue idee e delle sue scelte di vita (n. 292).

La presenza di quel forestiero ha vinto la tristezza e la delusione che regnava nei loro cuori. È il minimo quindi invitarlo intorno alla mensa dove la riconoscenza si muta presto in riconoscimento: il Risorto compie i gesti della cena e i due lo riconoscono. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro (Lc 23,30). Sono verbi che richiamano un’altra mensa: Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,20).

Dinanzi a loro non vi è più un ospite sconosciuto, ma quel crocifisso che la tomba non è riuscita a trattenere e che per restare con i suoi si è fatto parola e pane. La fractio panis libera tutta la fragranza del dono di Cristo che scompare ma accende nei due il fuoco della fede, con il quale possono scaldare il gelo della vita ed infiammare il mondo. Inizia l’arte del discernimento, la capacità di fiutare la presenza del Risorto nella storia.

 

6.     Formare all’annuncio gioioso

Lc 24,31Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

Gesù risorto spiega le Scritture e spezza il pane e gli occhi si aprono non per vedere, ma per riconoscere. Prima ancora che si aprissero gli occhi però il cuore aveva già iniziato a destarsi: Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture? (Lc 24,32).

Il risveglio parte dal cuore che comincia a bruciare, ad accogliere cioè quel fuoco che il Cristo è venuto a gettare sulla terra (cf. Lc 12,49) e la cui fiamma si propagherà a partire dall’evento dell’effusione dello Spirito a Pentecoste.

La Scrittura rimane sigillata senza la luce che promana dall’evento della morte e risurrezione di Cristo, evento che porta alla sua pienezza il vincolo dell’alleanza e manifesta l’effusione di un perdono riservato non a pochi, ma a tutti. Tutto questo potenziale, per dispiegarsi nella storia, avrà bisogno di narratori, di testimoni accreditati capaci di attraversare la storia “sacramentalmente”, aprendola alla trascendenza, cioè vivendola e vivificandola. La Parola predicata e il Pane spezzato diventeranno infatti i pilastri della celebrazione eucaristica che l’uomo può vivere solo nella fede.

Dopo aver risvegliato la fede dei discepoli, Gesù scompare dalla vista dei due che da Emmaus tornano in fretta a Gerusalemme.  La sua scomparsa indica che ormai il Risorto assicura la sua presenza permanente nel mondo attraverso la liturgia eucaristica.

Dopo l’incontro con il Risorto, la delusione cede il passo alla meraviglia e, se all’andata i due erano affranti, ora corrono con gioia a Gerusalemme per ricongiungersi nella lode agli Undici e agli altri – cantori della risurrezione e dell’apparizione a Simone! – e per raccontare la storia di quel viaggio non solo fisico, ma anche interiore, vissuto in compagnia del Risorto che al rimprovero ha preferito l’ascolto, all’accusa il rimprovero, alla manifestazione spettacolare un’ermeneutica delicata e graduale.

Appare la trasformazione interiore dei discepoli che non sono più prigionieri di segni miracolosi. Il gesto del pane spezzato allontana l’attesa idolatrica dei segni e permette ai discepoli di dire l’essenziale, di riprendere la strada e di tornare dai compagni per annunciare loro che il Maestro è vivo.

I discepoli passano così dall’abbattimento allo slancio, dal bisogno di vedere i segni al desiderio di ascoltare la parola, dall’attesa di un messia foriero di rivoluzione politica o sociale e capace di spazzare via da Israele ogni presenza ostile all’accoglienza del dono d’amore di Cristo che spinge a tornare a casa, a Gerusalemme, in mezzo agli altri, nel clima fecondo e gioioso della lode e della comunione.

La Christus vivit ci dice che chi accompagna deve scomparire per lasciare che il giovane segua la strada che ha scoperto, scomparire come scompare il Signore dalla vista dei suoi discepoli, lasciandoli soli con l’ardore del cuore, che si trasforma in impulso irresistibile a mettersi in cammino (n. 296).

Lc 24,13-35 è stato menzionato già nel Documento finale del Sinodo e poi nella Christus vivit che, prendendo spunto dal brano: rivolge l’invito a scoprire e vivere la bella esperienza di sapersi sempre accompagnati (n. 156); paragona la pastorale ad un processo lento, rispettoso, paziente, fiducioso, instancabile, compassionevole (n. 236); parla dell’importanza dell’attenzione alla persona e dell’ascolto profondo di ciò che ha da condividere (n. 292); invita l’accompagnatore a scomparire perché i giovani seguano con zelo la strada scoperta (n. 296).

Si tratta dunque di un brano biblico che offre indicazioni preziose per allenarsi nella delicata arte di accompagnare i giovani. I giovani, infatti, come ci ricorda la Christus vivit, sono figure centrali nella vita della Chiesa come anche nella Scrittura. Nelle pagine bibliche dedicate ai giovani viene messa in risalto:

-la capacità di sognare, la lungimiranza, la capacità di amministrare e correggere i fratelli senza ricorrere alla vendetta (vedi Giuseppe, figlio di Giacobbe, Gen 37 – 47);

-la docilità nell’ascoltare e obbedire il Signore che parla [vedi Samuele: «Parla Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Sam 3,9.10)];

-il coraggio e la forza della fede che permettono imprese superiori alle proprie forze [vedi Davide la cui storia mostra che «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (cfr 1 Sam 16,7)];

-la capacità di vedere oltre il visibile [vedi il giovane Geremia (cfr Ger 1)];

-la capacità di desiderare di più (vedi il giovane ricco in Mt 19 che però se ne va triste quando comprende che non deve aggiungere “osservanze” ma deve imparare a donare e a donarsi e così rinuncia alla sua giovinezza);

-la capacità di saper tornare sui propri passi e cambiare rotta per vivere una relazionalità nuova con Dio e con gli altri (vedi il figlio più giovane della parabola di Lc 15).

Per scoprire le tue qualità di giovane in Cristo, alla luce di questo brano evangelico, puoi chiederti: Qual è il mio contatto con le Scritture? Quanto e come le leggo? Cosa significa per me celebrare l’Eucaristia e vivere la comunione ecclesiale? Nel mio cammino di vita sono disposto a lasciarmi accompagnare da un uomo o una donna che mi aiutino a “fiutare” la presenza del Risorto sulle mie vie?

Ti auguro di aprirti totalmente al Soffio dello Spirito che gonfia le vele della tua vita e di equipaggiarti al meglio per questo cammino così da compiere il tuo destino radioso di “atleta della risurrezione” di Cristo che spande il buon profumo della vita nuova nei deserti del mondo.

Rosalba Manes

consacrata ordo virginum e biblista (Pontificia Università Gregoriana)