30 gennaio 2020
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Il dialogo intergenerazionale

Maria Voce

Congresso Internazionale di pastorale degli anziani 

“La Ricchezza degli anni”

Roma, 30 gennaio 2020

Il Dialogo tra le generazioni

Maria Voce

Ho accolto con gioia l’invito ad offrire, nell’ambito di questo interessante Convegno di riflessione sugli anziani, un contributo sul “Dialogo tra le generazioni”.

Insieme giovani e anziani

Questo è un argomento oggetto di ricorrenti statistiche e analisi sociologiche, che ha alimentato dibattiti e opinioni controverse oppure che è stato volutamente accantonato, perché giudicato insolvibile.

Papa Francesco ha stupito per il coraggio e il vigore con cui ha rimesso in luce l’importanza del rapporto tra giovani e adulti, compresi i nonni, cioè gli anziani, chiamandolo con un termine che già dice molto: “dialogo tra le generazioni” quale “tesoro da conservare e alimentare”[1]. Sappiamo quanto ha insistito su questo punto e come ha motivato i giovani, sia in preparazione alle Giornate dei Giovani che nella conduzione del recente Sinodo per loro e in sue pubblicazioni, a rivalutare in chi è avanti negli anni quello che lui chiama “il bene della loro saggezza”[2].

Basti pensare alla vasta eco del libro La saggezza del tempo, in cui il Papa dialoga con Antonio Spadaro, rileggendo con acuta profondità storie di anziani e giovani nel mondo. “Da un po’ di tempo porto nel cuore un pensiero”, confida testualmente: “Sento che questo è ciò che il Signore vuole che io dica: che ci sia un’alleanza tra giovani e anziani”, impegnandosi a più livelli a promuovere questa vera “alleanza” che può riempire il “vuoto” dell’indifferenza e aiutare i giovani ad “affrontare il futuro”.[3]

Mi ha scritto un giovane: “Ogni generazione porta nel suo DNA le rose e le spine del suo periodo storico”. Per aprirsi alla diversità e costruire rapporti armoniosi tra generazioni, specifica inoltre: “Occorre superare ogni tipo di ‘acido’ del proprio DNA che ostacola ad uscire dal proprio piccolo mondo”. “Per gli adulti noi giovani siamo come un puzzle. Per ricomporre tutti i pezzi ci vuole tanta pazienza e passione, altrimenti si abbandona il gioco. Da parte nostra gli adulti sono come Testi di autore; per penetrarli nel modo giusto bisogna innanzitutto conoscere il contesto e le circostanze in cui sono stati scritti, altrimenti si rischia di farne un’interpretazione errata”.

In ogni modo bisogna dire che il richiamo del Papa a superare l’indifferenza e a rivolgere uno sguardo di stima gli uni verso gli altri - i giovani verso gli anziani e viceversa -, al di là di pregiudizi e luoghi comuni, ha fatto opinione e indica, penso, un reale segno dei tempi. Ho l’impressione che si stia creando un’atmosfera di nuova intesa, insospettata, tra le generazioni. Ho constatato infatti che, in particolare di fronte a emergenze o gravi crisi sociali, nascono nuove feconde intese.

Per esempio una giovane docente mi ha scritto dal Cile: “È difficile mettere in parole quello che continuiamo a vivere in Cile. La violenza e la violazione dei diritti umani cresce. Ma oggi abbiamo fatto un’esperienza di dialogo nella nostra facoltà. Eravamo 174 tra studenti, professori e funzionari. È toccato a me guidare questo ‘cabildo’, questa riunione di dialogo cittadino. In mezzo al dolore c’è una nuova speranza”.

Mobilitazioni inattese di giovani, che richiamano l’attenzione pubblica in difesa dei valori, si registrano a varie latitudini, dai Paesi dell’America Latina, a Hong Kong, all’Algeria ecc.

Un fatto emerso recentemente in Italia, che pure mi ha fatto pensare, è il fenomeno delle “Sardine”. Queste manifestazioni di piazza pacifiche, che hanno avuto un immediato successo, sono nate dal desiderio di quattro ragazzi di dire qualche cosa contro sovranismi, costruzione di muri e contro qualsiasi forma di ricorrenti apartheid.

Quattro ragazzi si sono messi insieme attraverso i social, hanno invitato gli altri e si è verificato un grande afflusso di popolo e non solo di giovani. Loro di certo hanno lanciato il messaggio pensando ai giovani, non tanto agli adulti, però hanno suscitato un interesse generale. E l’interesse è stato proprio quello di dire: Possiamo andare in piazza, incontrarci al di là dell’età, delle differenze sociali, al di là di avere un lavoro o no, al di là dell’appartenenza politica o di qualsiasi altra differenza e essere connessi non solo con i telefonini, ma guardarci in faccia, poterci parlare e dire il nostro pensiero, poterci dire quello che vogliamo e che siamo, anche il nostro scontento per la situazione di odio che c’è, per la situazione di paura che si diffonde sempre di più nel Paese. Per dire che no, non vogliamo questo! Vogliamo invece che ci sia un impegno da parte di tutti per il bene comune, per i diritti umani, la solidarietà e la pace. E ciò si può fare al di là delle appartenenze.

Questa manifestazione ha fatto vedere come i giovani e gli adulti, anche i più anziani, si sono sentiti dalla stessa parte, non hanno avvertito differenze fra loro, perché si sono impegnati e sono andati a dire la loro. Nello stesso tempo sono stati motivati da questi giovani, sentendo in essi una forza trainante. Non sono rimasti fermi, sono andati per sostenerli e così si è aggregato questo grande gruppo.

Adesso logicamente non è tutto fatto, dovranno vedere come muoversi e capire cosa fare. Però tale presa di posizione ha dimostrato ciò che veramente manca e di cui tutti hanno bisogno, cioè una relazione di vicinanza gli uni agli altri.

Quello che in questo momento può sanare le ferite dell’umanità, e aiutare a far fronte alle molte paure ed emergenze sociali, non è tanto cercare soluzioni ai problemi in modo frammentario, ma rispondere prima di tutto al bisogno di relazioni fraterne e amichevoli, il potersi guardare negli occhi – diciamo – il potersi ascoltare e parlare.

Mi sembrano esempi interessanti da citare riguardo alla intergenerazionalità.

Non si tratta infatti soltanto di evidenziare che gli anziani devono pensare ai giovani o che i giovani devono prendersi cura degli anziani per una catena di bisogni. Il rapporto più bello e fecondo si realizza quando essi, gli uni e gli altri insieme, provano a vivere.

E la vita è vita, sia da una parte, sia dall’altra, e quando si mettono insieme è vita per tutti e due.

Nuove prospettive – contribuire insieme alla vita

            Aprendo alla speranza, Papa Francesco ama citare il passo del profeta Zaccaria, 8,4-5: “Siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme ognuno con il bastone in mano, per la loro longevità” e i bambini “formicoleranno”. Commenta: “L’abbondanza della vecchiaia e della fanciullezza. È questo il segnale, quando un popolo cura i vecchi e i bambini, li ha come tesoro, questo è il segnale della presenza di Dio, è la promessa di un futuro”[4]. Da ciò deriva la speranza.

Ma come superare l’attuale gap, il presente divario? “Li abbiamo messi da parte – avverte il Papa riferendosi ai nonni – e abbiamo perduto il bene della loro saggezza”[5].

Cosa chiedono i giovani? Da un sondaggio che ho fatto emerge: umiltà, fiducia, misericordia, pazienza, accettazione dell’altro così come è, magnanimità, docilità, amabilità, anche humor, coerenza di vita, autenticità e flessibilità allo stesso tempo.

Tengono in conto la saggezza e vedono nei più anziani punti di riferimento solidi e modelli di fedeltà. E quando “il futuro genera ansia, insicurezza, sfiducia, paura” – spiega Francesco – “solo la testimonianza degli anziani li aiuterà ad alzare lo sguardo verso l’orizzonte e verso l’alto”[6].

L’esercizio ad affrontare la vita insieme, condividendo le sfide e mirando insieme ad un grande ideale, porta gran frutto.

Mi scrive un giovane: “Confesso che da quando sono arrivato alla Scuola per focolarini sono stato impressionato dalla generosità e prossimità tra le generazioni. In un mondo in cui giovani e adulti vivono separati a una distanza di mille anni luce, sperimentare e poter testimoniare tali rapporti merita di essere meditato come un dono di Dio. È vero che siamo diversi, e in alcune situazioni pensiamo e agiamo diversamente, ma crediamo e vogliamo la stessa cosa: il mondo unito è il sogno che abbiamo in comune per concorrere a quel: “che tutti siano uno”, chiesto da Gesù al Padre (Gv 17,21)”.

Occorrono valori cui dare priorità e una grande meta in comune.

Certo la convivenza tra età diverse non si improvvisa. È un cammino di apertura al dialogo che deve affascinare in modo sempre nuovo anche gli adulti, come un’educazione permanente. Si basa sulla comprensione, che è una luce perché dà senso alla vita e spalanca nuovi orizzonti, che siamo creati l’uno in dono per l’altro.

Ricordo quanto mi ha colpito e mi ha aiutato negli anni l’affermazione di Chiara Lubich: “Chi mi sta vicino è stato creato in dono per me ed io sono stata creata in dono a chi mi sta vicino. Sulla terra tutto è in rapporto di amore con tutto: ogni cosa con ogni cosa. Occorre però vivere l’Amore per trovare il filo d’oro fra gli esseri”[7].

Creati in dono l’uno per l’altro - rapporti sul modello trinitario

Accanto a Chiara ho visto nascere - in modo speciale dagli anni ’60 in poi - le nuove generazioni del Movimento dei Focolari e il loro progressivo comporsi, in unità e distinzione con gli adulti, secondo le rispettive bellezze.

Chiara spiega così la sua esperienza: “Dal primo momento in cui io ho avuto contatto con la seconda generazione, sentivo di trattare con una realtà che non era come la prima. Era una realtà che aveva delle caratteristiche meravigliose, diverse dalla prima generazione che pure aveva delle caratteristiche a sua volta meravigliose. La prima generazione era più concreta, più realizzata… però alle volte non del tutto perché siamo di questo mondo, non possiamo essere perfetti. La seconda generazione aveva delle esigenze, delle idee, delle parole, delle domande, che erano l’Ideale puro, genuino”[8].

Incontrando questi giovani e ragazze, Chiara coglie che hanno una grande consonanza con il carisma che Dio le ha messo in cuore, tanto da additarli come esempio alla prima generazione, dando loro senza indugio la massima fiducia. Per gli adulti era riconoscere quanto è vero: “Se non vi convertirete e diverrete come questi piccoli…” e, guadagnando con umiltà e apertura gli uni dagli altri, ne è scaturita un’amicizia profonda che si è tradotta in fatti concreti e prosegue più che mai ancor oggi in innumerevoli azioni e percorsi creativi di fraternità nel mondo.

“Fin dall’inizio abbiamo avvertito con loro – insiste Chiara nel ’99 ad un convegno di pastorale giovanile - un rapporto che non esiterei a definire trinitario. Constatavamo nella nostra generazione di adulti tutto il peso, il valore dell’incarnazione e della concretezza… Nella generazione dei giovani invece tutta l’idealità, l’autenticità, la forza rivoluzionaria, la certezza della vittoria. Se la prima generazione ci sembrava a mo’ del Padre, la seconda ne era la bellezza, lo splendore e quindi a mo’ del Figlio, Verbo del Padre. E tra le due un rapporto di amore reciproco, quasi una corrente di Spirito Santo che dà al mondo una grande testimonianza”[9].

Vie da percorrere

1. Uscire da pregiudizi e stereotipi.

All’apertura del Sinodo dei Vescovi sui giovani il Papa ha rivolto l’invito a disporsi ad un effettivo e profondo ascolto. Lo avvertiva necessario e ne ha dato di persona l’esempio: “Un primo passo nella direzione dell’ascolto è liberare le nostre menti e i nostri cuori da pregiudizi e stereotipi”. E ancora: “Quando pensiamo di sapere già chi è l’altro e che cosa vuole, allora facciamo davvero fatica ad ascoltarlo sul serio”.

Poi per promuovere il dialogo e l’incontro suggeriva: “Gli adulti dovrebbero superare la tentazione di sottovalutare le capacità dei giovani e di giudicarli negativamente”. I giovani da parte loro: “superare la tentazione di non prestare ascolto agli adulti e di considerare gli anziani ‘roba antica, passata e noiosa’, dimenticando che è stolto ricominciare sempre da zero come se la vita iniziasse solo con ciascuno di loro”.

“In realtà – spiega – gli anziani, nonostante la loro fragilità fisica, rimangono sempre la memoria della nostra umanità, le radici della nostra società, il ‘polso’ della nostra civiltà”.

            2. Affrontare la sfida di schemi non prestabiliti.

Trovo inoltre molto significativo il monito del Papa agli adulti a non assolutizzare la loro esperienza ricorrendo allo slogan ‘si è sempre fatto così’ che induce i giovani a volgersi dall’altra parte, perché sentono che quella fissità non li interpella. Così anche nel processo di trasmissione della fede è chiesto agli adulti di educare le nuove generazioni a riconoscere la ricchezza delle loro radici, del patrimonio di fede e di esperienza, di santità maturati nel tempo, senza che tutto questo diventi un peso che lega al passato.

            All’interno di un dialogo vivo e libero tra le generazioni, la memoria del passato è linfa che può entrare in tessuti nuovi per generare nuova vita.[10]

            3. Promuovere una condivisione dinamica, per affrontare le difficoltà e superarle insieme.

Lascio la parola ad alcuni giovani: “Ho trovato quanto sono ricchi gli spazi di condivisione; ho imparato che nascono cose incredibili, sfruttando le esperienze degli anziani, le risorse degli adulti e le idee innovative dei giovani” – “Se vogliamo essere ascoltati anche noi dobbiamo ascoltare. E come il Papa ci ha detto: ‘se i più grandi si fermano, prendiamogli la mano e camminiamo insieme’.” – “Più si permette ai giovani di essere protagonisti, più noi valorizziamo i consigli, gli aiuti e il lavorare in comune” – “Sento che le altre generazioni devono lasciarci spazio per poter fare e sbagliare, così impariamo di più perché, se non c’è questa apertura, ci saranno sempre quelli della mia generazione che non si apriranno ad un rapporto vero e diranno: ‘loro non ci capiscono’. Ma anche noi dobbiamo essere responsabili, non solo parlare, ma agire! E dobbiamo essere aperti a critiche e consigli, perché così dovrebbe essere come avviene in famiglia”.

4. Vivere la reciprocità.

Ancora esempi dalla viva voce di giovani e adulti.

“Ho una bella esperienza su come comunicare meglio e su come costruire un rapporto con gli educatori. Ho capito che è un sostegno e una comunicazione two ways: non solo è l’educatore che ci aiuta o noi gli chiediamo consiglio, ma pure noi possiamo essere una fonte di sostegno e di ispirazione. E da questo nasce una speciale unità tra di noi”.

“Ogni loro esperienza/storia è come un libro, ma non possiamo leggerlo da soli come in biblioteca, perché questo libro è nelle loro menti e nei loro cuori; noi giovani abbiamo solo un modo di leggere, che è ascoltare. Dobbiamo dar loro il tempo di raccontare la propria storia. Come quando leggiamo un libro difficile da capire dobbiamo appassionarci alla lettura, allo stesso modo, per capire bene i valori della loro esperienza, noi giovani dobbiamo appassionarci ad ascoltarli bene e avere tempo sufficiente per riflettere e scoprire i valori che cercano di raccontarci”.

Qualche commento di adulti: “I giovani mi fanno sentire a casa, mi aiutano ad essere coerente con le mie scelte, mi danno speranza e consolazione per la purezza dei loro pensieri, per la passione con cui credono nei sogni, per il loro parlare senza filtri, per gli errori che commettono e sono capaci di riconoscere, anche quando costa, per la sete di rapporti autentici”.

“Non mi sono mancati momenti di analisi interiore ed anche senso di fallimento e di scoraggiamento quando i metodi e le intenzioni più belle e positive non hanno prodotto gli effetti desiderati. Questi momenti, nella mia esperienza, sono stati però i più fecondi perché nell’incontro profondo con i limiti, propri e altrui, rimane solo il colloquio con Dio e la verità. Questo genera una comprensione autentica tra le generazioni”.

“Credo che il dialogo intergenerazionale sia possibile se diventa generativo e se ci si apre totalmente alla trasformazione reciproca, avendo come modello la comunione d’amore nella Trinità”.

Conclusione – Bellezze diverse in un’unica famiglia.

Attrae arrivare ad un dialogo che sia comunione, che sia luce che scaturisce dall’amore scambievole, che faccia sentire Gesù presente tra noi, come ha promesso, “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

È per questo che fa presa ancor oggi l’esperienza fatta dai discepoli di Emmaus, quel “non ardeva forse il nostro cuore quando ci parlava lungo il cammino?” (Lc 24,32), con la gioia di sentirsi accompagnati dal Risorto sulle vie del mondo e nelle tappe della propria esistenza.

Ho trovato una domanda rivolta in confidenza dai giovani a Chiara – e con questo vorrei concludere - in cui le chiedono: "Quali sono i diversi effetti della presenza del Risorto in chi come noi comincia appena questa divina avventura e in chi invece la vive da diversi anni?"

Chiara risponde che naturalmente ci sono differenze sia nella costanza di mantenere l’amore reciproco a tutta prova, sia nella luce che ne deriva per la presenza promessa dal Risorto.

“Tuttavia anche se (ci sono differenze) – spiega – fra la prima, la seconda, la terza età c'è una continuità, c'è anche armonia. Come in una famiglia, insomma, un bambino sta volentieri in casa ed è ben accettato anche dai fratellini più grandi, dallo zio, … dai nonni, così nella famiglia del Risorto noi stiamo tutti bene insieme.

“Perché? Perché questa armonia è suscitata dalla diversità, proprio dalla diversità delle grazie. Voi, per esempio, avete delle grazie che noi non abbiamo più.

“Ogni epoca della vita spirituale ha le sue bellezze.

“Le bellezze sono diverse. Poi sono diverse anche le prove. Le prove però concorrono alla condivisione perché l'amore spinge a condividere; sono diversi anche i frutti e questi allora conducono i più piccoli a meravigliarsi, a lodare Dio, a ringraziare Dio dei frutti che vengono magari dalle persone più grandi. Ma anche viceversa, perché pure i più piccoli generano con semplicità dei frutti, che magari un altro che è sotto la sofferenza non riesce più a dare perché deve aspettare che termini la purificazione del Signore.

“Comunque non ci sono categorie di persone, come in una famiglia non si possono fare categorie, così pur essendoci diversità, c'è continuità, c'è armonia, siamo un'unica famiglia” [11].

Occorre un rapporto di amore reciproco vivo, dunque, anche fra le generazioni.

Un camminare, un correre insieme avendo in comune un grande ideale. “Essere tutti leaders – sintetizzava un giovane -: avere un obiettivo e raggiungerlo insieme”.

Bella l’immagine data durante il Sinodo da un giovane delle Isole Samoa, ripresa da Papa Francesco nella Christus vivit: “La Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là. Non lasciamoci portare fuori strada né dai giovani che pensano che gli adulti siano un passato che non conta più, che è già superato, né dagli adulti che credono di sapere sempre come dovrebbero comportarsi i giovani. Piuttosto saliamo tutti sulla stessa canoa e insieme cerchiamo un mondo migliore, sotto l’impulso sempre dello Spirito Santo” (201).

Grazie dell’attenzione.

[1] Papa Francesco, Angelus, 26.07.2013.

 

 

[2] Francesco, La saggezza del tempo, a cura di Antonio Spadaro SJ, Prefazione, p. 9, Roma 2018.

 

 

[3] Cfr. Ibidem, p. 9-10.

 

 

[4] Francesco, La cultura della speranza, Omelia 30.09.2019.

 

 

[5] Francesco, La saggezza del tempo, cit.

 

 

[6] Ibidem.

 

 

[7] C. Lubich, L’attrattiva del tempo moderno, ScSp/I, Roma 1978, p.134.

 

 

[8] C. Lubich, Mondo a colori, Rocca di Papa, 12.07.1969.

 

 

[9] C. Lubich, Messaggio al Convegno Internazionale di Pastorale Giovanile, Castelgandolfo, 2-9.04.1999.

 

 

[10] Cfr. Francesco, Christus vivit, Il dialogo tra giovani e adulti per una Chiesa che annuncia, 18.09.2019.

 

 

[11] Chiara Lubich, Scuola di formazione, Loppiano, 28 maggio 1984.