29 gennaio 2020
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Introduzione

Card. Kevin Farrell
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Introduzione
di Sua Eminenza, Card. Kevin Farrell
Congresso internazionale “La ricchezza degli anni”

Eccellenze reverendissime, cari ospiti, 

benvenuti al primo Congresso internazionale di pastorale degli anziani “La ricchezza degli anni”.

La vostra presenza qui oggi e questo stesso evento sono per noi e per la Chiesa intera una “buona notizia”. L’invito che abbiamo rivolto alle Conferenze episcopali alcuni mesi fa a partecipare a queste giornate di riflessione ha avuto una risposta ampia e calorosa. Le numerose iscrizioni ricevute ci hanno costretto perfino a modificare la logistica, e per questo ringrazio coloro che stanno partecipando in collegamento dalla sala accanto.

La decisione di impostare la pastorale degli anziani in maniera non episodica, di creare all’interno del Dicastero un ufficio che se ne occupi e di convocarvi qui a Roma, nasce dall’ascolto. Negli ultimi due anni, l’ascolto dei vescovi in visita ad limina presso il nostro Dicastero, così come delle associazioni che si spendono quotidianamente per l’assistenza alle persone anziane, ci hanno convinto della necessità di un serio e urgente momento di riflessione comune, per spronare la Chiesa su quello che si sta rivelando un bisogno spirituale e pastorale vero e proprio. Ascoltare è una delle attitudini fondamentali che il Santo Padre chiede di avere a chi si impegna nella pastorale: parla spesso di una “pastorale dell’orecchio”.

Per questo, il nostro incontro intende caratterizzarsi per una triplice forma di ascolto: l’ascolto dei “segni dei tempi”, l’ascolto del Magistero e l’ascolto della vostra esperienza, per elaborare insieme alcuni orientamenti generali che possano essere di aiuto alle diocesi di tutto il mondo.

Uno dei tratti del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo è, infatti, il mutato equilibrio demografico tra le generazioni all’interno delle nostre società: un fenomeno ampiamente studiato, che si verifica in maniera più evidente in alcuni contesti, ma che interessa ormai tutti i continenti. Il recente rapporto “World Population Ageing 2019” of the UN Department of Economic and Social Affairs afferma che “All societies in the world are in the midst of this longevity revolution—some are at its early stages and some are more advanced. But all will pass through this extraordinary transition”. E’ una vera e propria rivoluzione demografica, uno di quei “segni dei tempi” di cui non possiamo non tenere conto anche noi come Chiesa: pare che nel 2100 il 61% della popolazione mondiale sarà costituito da persone di oltre 65 anni, e che la popolazione anziana raddoppierà già nei prossimi trent’anni.

Tutto ciò non ha solo implicazioni di carattere sociologico, economico, antropologico e politico, ma soprattutto pone interrogativi e bisogni di carattere spirituale, che ci impongono di attivarci.

In particolare, l’accompagnamento pastorale di cui hanno bisogno le persone anziane è un’esigenza evidente di fronte all’allungarsi della vita. Nelle nostre società, dove la cultura dello scarto e dell’emarginazione della fragilità dominano spesso l’immaginario collettivo e le scelte familiari, politiche e sociali, non sempre la “ricchezza degli anni” viene accolta come la benedizione di una lunga vita, ossia come un dono. In questi casi, dinanzi ad una percezione gravosa della vecchiaia, dunque, come può la Chiesa accompagnare la società nella presa di coscienza della preziosità di una lunga vita?

Il secondo tipo di ascolto che ci guiderà in questi giorni è l’ascolto del Magistero della Chiesa. La consapevolezza della necessità di dedicare un’attenzione pastorale agli anziani non è una novità dell’attuale Pontificato. Già a partire dagli anni Ottanta Giovanni Paolo II sollecitava esplicitamente nella Chiesa la nascita di una pastorale per la terza età. Oggi, papa Francesco pone costantemente la questione al centro dei suoi interventi pastorali, insistendo sull’importanza dei nonni nella trasmissione della fede, sulla necessità del dialogo tra le generazioni, sull’importanza degli anziani nel preservare le radici del santo popolo fedele di Dio e, in particolare, su come superare la cultura dello scarto nei confronti degli anziani.

Sono tematiche che proveremo ad affrontare in questi giorni, nella consapevolezza che il sentire, la coscienza e l’azione ecclesiale si sviluppano a partire dalle indicazioni magisteriali in maniera non meccanica. Tutti e tre questi aspetti hanno bisogno di tempo, di assimilazione e inculturazione, di esperienza e apertura alle nuove sollecitazioni a livello locale.

L’obiettivo che desideriamo porci è quello di far percepire la responsabilità di questo specifico ambito della pastorale, che stenta a muoversi solo in alcune regioni del mondo, nonostante l’estensione del tema a livello planetario. La cultura dello scarto, in particolare, ci chiede di agire, non solo per tutelare le persone più fragili, ma soprattutto per cambiare l’approccio culturale e sociale nei confronti di una fase della vita umana, che può rivelarsi per moltissime persone fonte di doni e di ricchezza per sé stessi e per la propria comunità. Pensiamo, per esempio, al ruolo dei nonni, a come in alcuni contesti geografici sia prezioso ed insostituibile nella cura e nella trasmissione della fede alle nuove generazioni e la cui presenza dovrebbe essere valorizzata nella pastorale familiare; o all’importanza di tenere conto del dialogo intergenerazionale nella pastorale giovanile. Tutto ciò non è affatto scontato e richiede da parte nostra impegno, perseveranza e senso di responsabilità. In tal senso, abbiamo bisogno di voi e del vostro prezioso lavoro.

C’è, infine, un terzo tipo di ascolto che in questi giorni metteremo in pratica. Ascolteremo alcune vostre esperienze. Il mondo si comprende meglio dalle periferie e, come Dicastero, abbiamo la necessità vitale di un legame con le realtà che rappresentate. Siamo desiderosi di ascoltarvi e di apprendere da chi sta già facendo questo tipo di esperienza, quali siano le modalità migliori per accogliere gli anziani nei progetti pastorali della Chiesa. La necessità che intravedo è quella di sviluppare approcci nuovi di inclusione delle persone anziane, anche a partire dal lavoro che in questi giorni faremo insieme.

Nei mesi di preparazione di questo nostro convegno, abbiamo ricevuto tanto materiale da alcune diocesi locali e siamo rimasti sorpresi nello scoprire la vastità e l’eterogeneità delle iniziative che portate avanti. Purtroppo, in questa sede, sarà possibile raccontarne solo alcune, ma il nostro essere insieme è anche un’occasione per condividerle negli spazi di dialogo che cercheremo di offrirvi, così come favorendo l’incontro personale tra tutti i presenti.

E’ sorprendente, per esempio, scoprire che alcuni tra voi vanno a far visita agli anziani dei campi profughi in Sud Sudan; che nelle prigioni del Senegal ci siano anziani che visitano i carcerati; che in Iran le Figlie della Carità parlino di Gesù agli anziani abbandonati. Ci sono giunte notizie dalla Cina sulle attività pastorali che si svolgono in occasione del capodanno cinese. Così come ci è sembrata un’iniziativa interessante quella di aiutare gli anziani moldavi a vivere insieme, per condividere le poche risorse che hanno a disposizione e garantirsi una vita degna. Ed è confortante sapere che in Colombia e in Guatemala, negli ultimi mesi, si siano svolti convegni nazionali degli operatori della pastorale degli anziani. Ciononostante, c’è ancora molto lavoro da fare. Soprattutto - ma non solo - nelle società occidentali, dove è difficile trovare progetti pastorali che li coinvolgono come destinatari e protagonisti.

La pastorale degli anziani è qualcosa di nuovo. Dobbiamo - come direbbe il Papa - avviare un processo ed impostare un discorso che non può che essere inedito. Una delle poche certezze che abbiamo è la chiara opposizione di Papa Francesco alla cultura dello scarto. Quando era arcivescovo di Buenos Aires aveva parlato degli anziani abbandonati nelle case di riposo come un cappotto d’estate nell’armadio. Più di recente ha descritto l’abbandono dei genitori invecchiati, da parte dei propri figli, come un peccato mortale. In questo senso, dobbiamo affermare con chiarezza che le famiglie hanno una grande responsabilità nei confronti degli anziani. Tra di voi ci sono molti operatori di pastorale familiare: bisogna sollecitare una conversione da parte delle famiglie con le quali siete in contatto, perché gli anziani non vengano mai abbandonati! Ricordiamoci sempre che la famiglia è il luogo dove essi devono poter vivere e che, laddove ciò non sia possibile, le comunità ecclesiali devono divenire esse stesse famiglia per chi ne è stato privato. Non possiamo essere indifferenti all’allontanamento degli anziani dalla propria famiglia, quando vengono costretti a vivere in istituzioni anonime e in alcuni casi ad essere vittime di abusi.

Per il resto, il nostro compito in questi giorni è quello di interrogarci su quali possano essere le linee di una pastorale degli anziani. È un campo inesplorato, tanto che non abbiamo nemmeno trovato un lessico comune. Abbiamo scelto di utilizzare la parola anziani, elderly, personas mayores, pessoas idosas e personnes âgées, ma siamo ben consapevoli che, a seconda dei contesti, queste parole assumono sfumature e significati differenti. Nonostante stiamo facendo i primi passi, mi rallegro che alcune conferenze episcopali, come quella della Corea del Sud e della Croazia, abbiano deciso di approfondire il tema anche a seguito del nostro invito a Roma. Significa che il nostro congresso sta già iniziando ad avere delle ricadute positive.

In fondo, dobbiamo cercare di capire come inserire nei nostri piani pastorali quella porzione della popolazione che numericamente sta crescendo ovunque. E vogliamo farlo prendendo le mosse dall’esperienza di alcune conferenze episcopali, soprattutto latinoamericane, che in questi anni sono riuscite a creare una pastorale per gli anziani. A tal proposito, vorrei ricordare Dona Zilda Arns, fondatrice della Pastoral da Pessoa Idosa, morta dieci anni fa mentre si prodigava per la popolazione di Haiti dopo il terremoto. A queste esperienze dobbiamo aggiungere quelle delle tante associazioni che voi rappresentate e che costituiscono una grande ricchezza di pensiero e di azione.

Non possiamo dare per scontato che tutti coloro che invecchiano abbiano incontrato Gesù nella loro vita. Come ci ha ricordato il Santo Padre, non viviamo più in un’epoca di cristianità. Abbiamo bisogno di fantasia pastorale!

D’altro canto i numeri ci dicono – e questo per il nostro Dicastero è significativo – che il laicato del futuro sarà composto sempre di più da persone avanti con gli anni. Qual è la loro vocazione specifica nella Chiesa di domani?

La sfida che ci aspetta è quella di costruire nel tempo un discorso comune. Troverete per questo le porte del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita sempre aperte, per ascoltare e collaborare rispetto a quello che riteniamo essere uno degli ambiti su cui si gioca il futuro della Chiesa e della società.

Diamo dunque inizio ai lavori, chiedendo al Signore di benedire i frutti di questo nostro convegno e tutti noi. Grazie.