19 giugno 2019
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Intervento di Gioele Anni al panel: "Il cammino sinodale fino alla Christus vivit"

XI Forum Internazionale dei Giovani

PANEL: Il cammino sinodale fino alla Christus Vivit

Mercoledì 19 giugno 2019

 

Intervento di Gioele Anni (giovane uditore del Sinodo 2018)

 

Care amiche, cari amici di tutto il mondo,

ciao a tutti! È una gioia condividere oggi il racconto del percorso sinodale. Un processo che dura ormai da più di due anni e continuerà a lungo, in ogni angolo del mondo, per attuare le indicazioni emerse dal Sinodo.

Saluto il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, e il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Eminenze, grazie per questo incontro! Grazie a voi e a tutte le persone che lavorano nella segreteria del Sinodo e nel Dicastero perché scegliete di «fare spazio» ai giovani nel cuore di una Chiesa sinodale.

Siamo riuniti qui da tutto il mondo proprio per chiederci come possiamo essere «Giovani in azione in una Chiesa sinodale». Arrivati a questo punto del processo, credo di poter condividere questo: la sinodalità della Chiesa non si può ridurre solo a teorie o strutture. Lo “stile sinodale” ha a che fare con l’esperienza concreta, con il sentirsi parte di una comunità viva e accogliente che vuole condividere la gioia del Vangelo con tutti.

Nel Sinodo di ottobre, in particolare, abbiamo fatto esperienza di sinodalità. Il Sinodo si è fatto nell’aula sinodale, con gli interventi programmati di quattro minuti. Il Sinodo si è fatto nei gruppi linguistici che approfondivano le varie tematiche. Ma il Sinodo si è fatto anche nelle pause caffè o a tavola, dove si poteva chiacchierare liberamente: in questi momenti di informalità si accorciavano le distanze tra giovani e padri sinodali dovute alle differenze d’età, di provenienza, di stili di vita e culture. Il Sinodo si è fatto nella preghiera e nel silenzio: papa Francesco lo ha imposto, con piccole pause di tre minuti ogni cinque interventi durante le sessioni plenarie. Un padre sinodale ha detto di aver sentito in quei momenti che «God is not silent in the silence», Dio non rimane muto nel silenzio. Lo Spirito ha potuto lavorare anche in una mattinata di pellegrinaggio: vescovi e giovani, insieme, hanno percorso un tratto di strada fino alla basilica di san Pietro.

Se dovessi provare a definire delle parole chiave con cui descrivere il processo sinodale, ne sceglierei due: ascolto e affetto.

La Chiesa sinodale è la Chiesa dell’ascolto. E, in particolare, l’ascolto dei giovani: non solo i cattolici, ma tutti i giovani. Per realizzare questo ascolto, abbiamo dovuto muoverci e abitare spazi nuovi. Tutti voi, nelle vostre realtà, avrete organizzato in vista del Sinodo alcune iniziative per incontrare i giovani. Per esempio la Chiesa italiana ha proposto un raduno nazionale, a cui siamo arrivati dalle nostre diocesi dopo dei giorni di cammino attraverso le città italiane. E poi sono stati sperimentati degli strumenti inediti, in un certo senso “rivoluzionari”: come il questionario online aperto a tutti e i gruppi di Facebook per interagire durante il pre-Sinodo.

La presenza e l’ascolto dei giovani, lungo tutto il processo sinodale, sono stati in un certo senso “destabilizzanti”. La voce dei giovani ha fatto emergere con forza la necessità di insistere su alcuni temi: per esempio uno stile di Chiesa più improntato alla fraternità; la necessità di essere coerenti sulle tematiche economiche e socio-politiche; la credibilità nell’affrontare questioni che creano scandalo come gli abusi di ogni genere; l’impegno per una cura maggiore dei momenti liturgici e di spiritualità; la necessità di maggiore inclusione delle donne nei processi decisionali. Quello che è stato importante, però, è lo stile di questo ascolto. Il chiasso dei giovani spesso rompe gli schemi. Quanti giovani si esprimono con linguaggi che a prima vista sembrano distanti da quelli della Chiesa? Il linguaggio della protesta, il linguaggio della rabbia, il linguaggio del disagio; ma anche il linguaggio della creatività, della musica, della condivisione emozionale affidata ai post sui social network. Ascoltare queste voci divergenti può suscitare due tipi di reazioni: quella del giudizio, che porta a squalificare automaticamente chi si esprime al di fuori degli standard a cui siamo abituati. Oppure la reazione di chi prova a comprendere, a mettersi in sintonia per chiedersi che cosa emerga di profondo dal “chiasso” dei giovani. Abbiamo bisogno di ascoltare anche le forme di espressione insolite, irrituali, provocatorie dei giovani: questo è stato lo sforzo che tutta la Chiesa ha fatto nel corso del processo sinodale, e che ci è chiesto di fare ovunque. Nel discernimento di tutta la comunità, con stile sinodale, c’è poi la sfida di cogliere nel “chiasso” gli elementi utili per il cammino di tutti.

La seconda parola chiave del processo sinodale è affetto. La Chiesa sinodale prende vita, e può avviare processi di rinnovamento, se lo stile sinodale e la disposizione all’ascolto fanno muovere i nostri affetti.

Di nuovo, la memoria corre all’assemblea sinodale. È stato un mese intenso e pieno di sorprese. Per descriverlo mi aiuto con un breve video che racconta tutto l’affetto di questa esperienza.

“#Synod2018 – Tutto il Sinodo in meno di un minuto”

Cari amici, nel percorso sinodale è entrata la vita, la vita bella e coraggiosa della Chiesa, ma anche le esperienze di fatica e delusione. Sappiamo che non tutto è facile: nella riunione pre-sinodale abbiamo detto – cito dal documento finale scritto da noi partecipanti – che in molte parti del mondo «i giovani che non hanno legami con la Chiesa, o che si sono allontanati da essa, lo fanno perché hanno sperimentato indifferenza, giudizio e rifiuto». Lungo tutto il Sinodo, la Chiesa ha provato a guardare ai giovani con lo sguardo affettuoso di cui ha parlato da subito papa Francesco: «Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore».

E questa vita, questi affetti travolgenti sono entrati anche nell’aula del Sinodo. Abbiamo visto padri sinodali piangere, arrabbiarsi e soffrire per i giovani dei loro Paesi, ma anche ridere, scherzare e gioire per le ricchezze delle nuove generazioni. Siamo rimasti muti davanti al dolore dei cristiani perseguitati, ma abbiamo trovato anche tanta forza dallo scoprire come sono spesso i giovani a tenere in vita la Chiesa in queste terre. Permettetemi di ricordare Safa, il nostro fratello di Baghdad che molti di voi hanno conosciuto al pre-Sinodo e che purtroppo non può essere con noi per un grave lutto: il suo intervento ci ha fatto sentire, come poi ha detto un padre sinodale, che «dove c’è la persecuzione, lì c’è Dio».

Cari amici, credo che sia proprio questa disponibilità a lasciarci toccare nel profondo dall’incontro con Gesù che fa di noi una Chiesa giovane: e non è soltanto una questione di età, anzi! Siamo Chiesa giovane con tutti coloro che vogliono ogni giorno farsi stupire da Gesù. Lui è capace anche di acciuffare due discepoli che avevano preso il sentiero sbagliato, verso Emmaus, e di riportarli su una strada nuova e più bella. Siamo una Chiesa giovane che guarda con fiducia e speranza al nostro tempo. Siamo una Chiesa giovane che non si spaventa delle difficoltà e non si lascia tentare dalle «profezie di sventura». Siamo una Chiesa giovane convinta che «Cristo vive» in ogni persona e in ogni situazione, e che se riusciamo a scoprirlo giorno dopo giorno potremo rendere più bella la vita nostra e di chi ci sta intorno, e cambiare passo dopo passo il mondo intero.

In questa prospettiva una ricchezza particolare, nel cammino sinodale, è arrivata dalla possibilità di ascoltare anche giovani che di solito sono “fuori” dai percorsi di Chiesa. Alla riunione pre-sinodale c’erano giovani di altre religioni e non credenti: chi tra voi era presente ricorda quanto sia stato utile dialogare con loro, farci provocare dalle domande, dai punti di vista differenti e anche dalle critiche. Credo che questa esperienza ci consegni una certezza per il cammino che abbiamo davanti: l’incontro con chi di solito è “ai margini” della vita della Chiesa ha fatto nascere alcune delle cose più belle e interessanti nel processo sinodale. A volte pensiamo di dover essere una Chiesa in uscita per annunciare il Vangelo agli altri. Ma l’incontro con chi è escluso ed emarginato, spesso debole e sofferente, evangelizza prima di tutto noi stessi e ci aiuta a costruire una Chiesa migliore e più accogliente.

Cari amici, siamo in cammino su una strada che chiede a ciascuno di noi, e a tutta la Chiesa, di scegliere lo stile sinodale, di ascoltare i giovani, di muovere i nostri affetti e così scegliere percorsi di rinnovamento e conversione. Una sintesi efficace di questi movimenti del cuore arriva dall’ultima frase del Documento finale del Sinodo: «Il balsamo della santità generata dalla vita buona di tanti giovani può curare le ferite della Chiesa e del mondo, riportandoci a quella pienezza dell’amore a cui da sempre siamo stati chiamati: i giovani santi ci spingono a ritornare al nostro primo amore (cfr. Ap 2,4)». Buon cammino alla Chiesa “giovane e innamorata” di questo tempo, l’«adesso di Dio».