Persone con disabilità

Partecipazione e corresponsabilità

Si è svolto il II incontro del Dicastero con i responsabili delle Conferenze episcopali per la pastorale delle persone con disabilità. L’intervento introduttivo del Sotto-segretario Gabriella Gambino
foto The Church is our home.png

 

Il primo video della serie #TheChurchIsOur-Home, dedicato al tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita della Chiesa, è stato pubblicato sui canali social del nostro Dicastero, della Segreteria generale del Sinodo e di Vatican News.

Contestualmente si è tenuto il secondo incontro — dopo quello svoltosi nel dicembre del 2021 — del Dicastero con i responsabili delle Conferenze episcopali per la pastorale delle persone con disabilità.

Di seguito, l’intervento introduttivo del Sotto-segretario Gabriella Gambino nelle traduzioni disponibili.

 

Abbiamo oggi con noi i responsabili di 15 Conferenze episcopali, che da tempo hanno avviato nei loro contesti geografici un impegno sistematizzato, dedicato specificamente alle persone con disabilità nella pastorale della Chiesa. Un lavoro di grandissima importanza, perché se è vero — come si legge nell’introduzione al documento consegnato al Santo Padre nel settembre scorso da alcune persone con disabilità nell’ambito del processo sinodale organizzato dal nostro Dicastero e dalla Segreteria generale del Sinodo — che «il Signore ha assunto in sé tutto, ma veramente tutto ciò che appartiene all’umanità concreta e storica, in tutte le sue possibili declinazioni, [...] compresa la disabilità», la dedizione e l’apertura della Chiesa alle persone con disabilità sono necessarie ad una Chiesa che intenda essere concretamente unita, consapevole di se stessa, della propria ricchezza e delle proprie potenzialità.

Ogni battezzato, piccolo o grande che sia, in qualunque condizione, con la sua stessa vita ha ricevuto da Dio una straordinaria missione da compiere. I fedeli laici, «col battesimo — cito ancora l’introduzione al documento sinodale — [...] e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano [...]. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire [...] alla santificazione del mondo [...] e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita». Penso, in questo momento, non solo a coloro che hanno particolari disabilità, e che comunque possono partecipare attivamente alla vita della Chiesa, ma anche, in particolare, a quelle famiglie in cui si annuncia la nascita di un bambino con gravi disabilità, in molti casi un bimbo terminale, che non ha voce e che non potrà prendere parte attiva alla vita della Chiesa. O alle innumerevoli famiglie che accompagnano un figlio, un coniuge, un genitore gravemente disabile nel suo percorso esistenziale. La vita stessa di queste persone è voce dell’amore infinito di Dio e manifesta Cristo al mondo. Non a parole o in teoria, poiché concretamente essi partecipano alla comunione della Chiesa con la loro vita, con il loro essere tra noi.

Il recente cammino sinodale a cui ha potuto partecipare un gruppo ristretto di persone con disabilità, così come le campagne che da due anni a questa parte il nostro Dicastero sta promuovendo per risvegliare e far attecchire una pastorale delle persone con disabilità, protagoniste e corresponsabili nelle Chiese particolari, hanno contribuito a mettere in luce questo fondamentale aspetto.

Si tratta di un magistero della fragilità — come lo ha definito Papa Francesco in occasione della recente Giornata internazionale delle persone con disabilità — che ci ricorda saggiamente una condizione inscritta nella nostra natura umana, poiché la fragilità è la nostra comune condizione antropologica, che riguarda tutti e ciascuno, noi non loro.

Per questo è importante che chi ha il dono della consapevolezza della nostra comune fragilità si faccia voce anche per i più fragili che non possono esprimersi, per coloro che la “cultura dello scarto” ancora marginalizza e mette da parte: penso, ancora una volta, ai bambini più piccoli e alle loro famiglie, ai bambini in attesa di nascere con gravi disabilità, ma anche ai bambini con disabilità che non hanno il calore di una famiglia e hanno bisogno di essere accolti da una mamma e da un papà adottivi che si prendano cura di loro. Penso a coloro che non sono autonomi, a coloro che non possono interagire col mondo esterno, che necessitano di un accudimento continuo, ma che sono parte della Chiesa, a cui far giungere un messaggio o una visita di speranza e di gioia. Penso alle loro famiglie, che hanno bisogno di sentirsi supportate, non solo materialmente, ma anche spiritualmente: anche per loro servono percorsi di accompagnamento spirituale competenti e solerti, non solo solidali.

La pastorale delle persone con disabilità non può, infatti, non essere collegata alla pastorale familiare. Sia perché in molti contesti geografici del mondo le famiglie necessitano di un accompagnamento pedagogico per imparare ad accogliere e accompagnare i propri figli, genitori, coniugi e fratelli con disabilità; sia perché spesso hanno bisogno di un supporto spirituale e di una pastorale di cui possano sentirsi anch’esse protagoniste, per non essere destinatarie passive di servizi pastorali decisi altrove.

Come è emerso ripetutamente nel corso dell’Anno “Famiglia Amoris laetitia”, le famiglie — penso in particolare alle famiglie in cui è presente una persona con disabilità — sono il nucleo della Chiesa, sono un soggetto pastorale. Ma in alcuni contesti le attenzioni della Chiesa sono rivolte alle famiglie con sguardi e modalità di approccio piuttosto generici, quando in esse è presente una persona con disabilità; per questo sarebbe auspicabile che si prendesse coscienza del fatto che i soggetti pastorali, in questi casi, sono due: da un lato, le persone con disabilità, in quanto fedeli laici battezzati; dall’altro, le famiglie che si prendono cura di loro. Riequilibrare lo sguardo rispetto a queste due realtà personali, nel modo di attuare da parte della Chiesa, è necessario per un impegno integrato ed integrale volto a sviluppare la pastorale delle persone con disabilità in maniera unitaria rispetto ai bisogni e alle potenzialità che è in grado di valorizzare.

Grazie, dunque, a ciascuno di voi, a quanti si impegnano per una pastorale delle persone con disabilità nell’ambito di un tempo sinodale che non sia destinato a concludersi con il sinodo, ma sia piuttosto aperto al futuro, per continuare a lasciare tracce significative di una capacità di ascolto e di attuazione pastorale, che ci alleni a camminare insieme nella Chiesa.

In questi termini, non sono certa che la parola inclusione, con riferimento al coinvolgimento e al riconoscimento del ruolo insostituibile delle persone con disabilità nella Chiesa, sia sempre la più adatta. Al di là, infatti, della sua efficacia come opposta ad esclusione, se etimologicamente in-cludere significa “chiudere dentro”, forse allora potremmo abituarci, in determinati contesti, alle parole partecipazione, comunione, e missione, come prevede il titolo del cammino sinodale propostoci da Papa Francesco, a cui aggiungerei il termine corresponsabilità. Perché partecipazione, corresponsabilità, comunione e missione implicano un’apertura, e non una chiusura dentro; un respiro nella Chiesa per evangelizzare il mondo, per annunciare con la propria vita di fedeli battezzati con disabilità — in qualunque fase, età o condizione — l’Amore di Dio, la gioia di essere stati amati e creati e di avere una destinazione eterna. Partecipare, infatti, è sentirsi corresponsabili per costruire il futuro della Chiesa insieme, con uno sguardo aperto sul mondo.

 

06 dicembre 2022
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